Department of Health. Working for Patients. (1989)

Gli antiquari britannici, anche questa volta, non hanno deluso: come preannunciato nella newsletter di Giugno, è arrivata una copia del famoso “White Paper” del Gennaio 1989. Leggendolo, la prima impressione è quella di una certa similitudine con i principi della riforma italiana, realizzata a pochi anni di distanza: aziendalizzazione (introduzione dei NHS trust), decentralizzazione, assunzione di manager ecc. Una differenza importante con quanto sarebbe successo in Italia riguarda invece la strategia per la garanzia ed il miglioramento della qualità: mentre il legislatore italiano aveva optato, con il famoso art. 8 per l’accreditamento, questo termine nel White Paper non compare. Eppure, erano proprio gli anni in cui King’s Fund stava cercando di introducendo un approccio simile. (“Organisational Audit – Accreditation UK”. 2nd ed. London: King’s Fund Centre; 1990. 122 p. )
Il governo britannico privilegiava, invece, un’altra strategia per il miglioramento della qualità, a pag.5-6 del documento si legge: “le disposizioni per ciò che i medici chiamano ‘medical audit’ saranno estese a tutto il Servizio Sanitario, aiutando con ciò la garanzia che ai pazienti venga data la miglior qualità delle cure.”
Nel cap. 5 “il lavoro degli specialisti” viene data una definizione di medical audit che riportiamo in inglese: “a systematic, critical analysis of the quality of medical care, including the procedures used for diagnosis and treatment, the use of resources, and the resulting outcome for the patient.” (pag. 39)
Di seguito viene spiegato meglio: “il medical audit è essenzialmente una vicenda professionale. Esso significa garantire, attraverso una revisione fra pari della pratica medica, che la qualità del lavoro medico raggiunge standard accettabili. Necessariamente richiede una conoscenza specializzata della pratica medica corrente e accesso a cartelle cliniche adeguate. Il medical audit deve essere sviluppato e implementato con cura. La medicina non è una scienza esatta, e spesso mancano misure generalmente accettate dei benefici per i pazienti delle pratiche o tecniche differenti. Il medical audit non deve scoraggiare i medici dall’assunzione del difficile ma essenziale compito clinico” (pag. 39 – 40).
Nel cap. 7 sulla medicina generale, viene sottolineato che anche i General Practioners dovrebbero fare il medical audit, ma -date alcune specificità- per loro, vengono accettati sia la peer review che il self-audit (pag. 56). Avevamo discusso del “self audit” nelle Newsletter n. 9 del Novembre 2011e n.13 di Aprile 2012.
Curiosamente, il Medical Audit compare, poi, solo nell’appendice per la Scozia, ma non in quelle per il Galles e l’Irlanda del Nord.
E’ appena il caso di ricordare che, da parte dei professionisti medici, ci fu una reazione piuttosto fredda a questi aspetti contenuti nel White Paper; l’audit secondo loro doveva essere formativo, confidenziale, e non influire sulla valutazione dei professionisti. Quattro anni dopo, il termine cambiò finalmente da “Medical Audit” a “Clinical Audit”, comprendendo anche il lavoro delle altre professioni sanitarie. Lo studio valutativo, critico del CASPE sarà oggetto di una prossima lettura.

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