E’ ora di cambiare paradigma sulla sicurezza dei pazienti ? Un articolo provocatorio sull’International Journal

Braithwaite J, Wears RL, Hollnagel E. Resilient health care: turning patient safety on its head. International Journal for Quality in Health Care. 1 ottobre 2015;27(5):418–20.

Abbiamo già parlato di Jeffrey Braithwaite in questa newsletter (http://wp.me/p5Zhtg-3o). Insieme ad altri due autori, Robert Wears dell’Università della Florida e Erik Hollnagel dell’Università di Odense, propone in un recentissimo articolo sull’Intjqc (dell’Agosto 2015) un nuovo paradigma in tema di sicurezza dei pazienti.


“L’attuale approccio alla sicurezza dei pazienti”, gli autori lo chiamano ‘Safety 1’, “si basa sul modello ‘individuare l’errore e risolvere’ (find and fix): si identificano cose che vanno male -sempre dopo l’evento- e si mira a debellarle, al fine di assicurare che il numero di errori sia il più basso possibile.” L’approccio ‘Safety 1’ assume che ci sia un modello lineare causa – effetto (vd. la metafora del formaggio svizzero) e che le cause di tutti gli esiti avversi possano essere trovate e aggiustate. Nella visione degli autori ciò ha portato ad un aumento di conformismo alle policy ed a crescenti vincoli burocratici, alla riduzione di guasti, malfunzionamenti e rischi, alla formazione del personale (p.e. a lavarsi le mani, a comunicare alla fine dei turni, a effettuare audit).
Però, essi sostengono che, nonostante tutti questi sforzi, l’incidenza di eventi avversi non si sarebbe sostanzialmente ridotta negli ultimi 50 anni. Ciononostante, la Patient Safety sembrerebbe andare avanti ancora secondo il mantra “more of the same, more intensively”, quindi più standardizzazione, più regolazione.
Gli autori propongono un altro paradigma, chiamato ‘Safety 2′, che non intende puntare sulle cose che vanno male, ma su quelle che vanno bene. Questo approccio mira alle pratiche che usiamo per affrontare i problemi di oggi, piuttosto di quelli dell’anno scorso. La variabilità nella performance sarebbe preziosa perchè potrebbe spiegare come il lavoro può funzionare bene, invece di come può fallire. La sicurezza dei pazienti non crescerebbe imponendo ancora più regolazione, la quale farebbe aumentare la distanza fra regolatori/policymakers/manager ed il lavoro clinico di tutti i giorni.
“Il punto di partenza è quello di accettare che tutte le performance, a prescindere se vanno bene o non, nascono dalla stessa fonte, che ha al centro gli stessi comportamenti e le stesse pratiche. Piuttosto che contare gli incidenti, sperando di scacciare gli errori e concentrandosi sul negativo, dovremmo sforzarci di garantire che le cose vanno bene, e accettare il fatto che la sicurezza è meglio misurata con quante volte ogni giorno il lavoro va bene invece di quante volte non riesce. Questo sposta gli sforzi da una sicurezza reattiva e protettiva ad una sicurezza proattiva e produttiva.”
L’articolo sembra più un documento programmatico, quasi un pamphlet scritto di getto, che una teorizzazione basate sulle evidenze. L’unico dato numerico citato (tasso di eventi avversi immutato dal 1964 ad oggi) non è verificabile se non acquistando il libro di uno degli autori.
Va notato che l’articolo è pubblicato dall’International Journal come “editor’s choice”, nel numero uscito a ridosso del Congresso Isqua che si terrà a Doha nei prossimi giorni. Chi abbia voglia di approfondire dalla viva voce di Braithwaite segnaliamo anche una lezione magistrale in streaming programmata per il 23 Ottobre. E’ comunque prevedibile che ci sarà un’accesa discussione su questa proposta di cambio di paradigma.
Il libro citato é Zipperer L. Patient Safety: Perspectives on Evidence, Information and Knowledge Transfer. Ashgate Publishing, Ltd.; 2014. 399 p.
La lezione di Braithwaite può essere vista qua: http://isqua.org/Events/global-leaders-lectures/global-leaders-lectures-2015

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