Lettura dei classici: “Good Practice in Clinical Audit” 1996 – file in omaggio per le feste

Riprendiamo dopo lunga pausa la lettura dei classici sull’Audit Clinico. La serie degli articoli su questo argomento era iniziata nell’Agosto 2013 con l’articolo di Lembcke sul JAMA 1956, proseguita poi con i 5 articoli di Shaw sul BMJ 1980, Baker & Hearnshaw 1999,  il “White Paper” del governo britannico 1989, ed un articolo di Hardyment (1971) sul CMAJ relativo alla peer group analysis . Per ritrovarli, basta cliccare nel menu a destra sulla voce “Lettura dei classici”.

La lettura di oggi è del 1996, si colloca storicamente fra il White Paper (1989) ed il famoso “Principles for Best Practice” del NICE (2002), in pieno sviluppo della medicina basata sulle evidenze scientifiche. Il lavoro era pubblicato da un “National Centre for Clinical Audit”, oggi non più esistente, che aveva sede presso la British Medical Association in Tavistock Square.

Nancy Dixon, giunta dagli Stati Uniti in Gran Bretagna, comincia a lavorare sull’Audit Clinico negli anni 80. Nel Journal of the Royal Society of Medicine del Novembre 1989 la troviamo in un riassunto della seduta del 19 Giugno, come “una psicologa statunitense” che relaziona sull’Audit Clinico, in un contesto di incertezza politica sulla scelta fra Accreditamento e Audit Clinico.

Nel volumetto “Good Practice in Clinical Audit” la autrice svolge per la prima volta ciò che oggi siamo abituati a vedere quotidianamente: una revisione sistematica della letteratura su alcune questioni chiave inerenti la pratica e l’impatto dell’Audit Clinico, precorrendo così la Cochrane Review ed il lavoro del NICE che (non a caso) porta un titolo simile, in cui la “good practice” diventerà “best practice”.

I keypoints, evidenziati nella parte centrale del volumetto, sono tuttora validi e, purtroppo, spesso disattesi:

  • coloro il cui lavoro sarà oggetto dell’Audit Clinico dovrebbero partecipare nella selezione dell’ambito e dell’obiettivo dell’Audit (p.21)
  • i criteri dell’audit possono contribuire al miglioramento se sono condivisi dai professionisti interessati (p.33)
  • non usare solo criteri di esito (p.33)
  • la cartella clinica probabilmente è la fonte più disponibile e più economica per avere i dati in molte organizzazioni, anche se dati da altre fonti potrebbero essere più completi (p.33)
  • una strategia a due fasi con misure quantitative su parecchi casi ed una revisione successiva di singole cartelle può generare importanti processi di apprendimento nei professionisti (p.36)
  • i cambiamenti nella pratica professionale possono essere raggiunti più efficacemente se vengono messe in atto strategie diverse di miglioramento (p.40)

Dixon delinea nell’ultima parte dell’opera un cambio di paradigma nell’assistenza sanitaria, di cui una parte è la costituzione di una base scientifica per la pratica clinica (EBM), l’altra è la standardizzazione dei comportamenti professionali per cui l’Audit Clinico può essere un approccio vincente.

Per il periodo delle Feste 2015-2016 mettiamo a disposizione una versione pdf dell’opera, che può essere scaricata qua: http://wp.me/a5Zhtg-4Y
Alcune notizie sul National Centre for Clinical Audit si trovano qui: Smith JE. The National Centre for Clinical Audit: the first stage. Journal of Clinical Effectiveness. 1996 Jan;1(1):3–4.
Il libro del NICE in lingua originale può essere scaricato qui: http://www.ospfe.it/il-professionista/audit-clinico/audit-clinico/BestPracticeClinicalAudit.pdf

 

 

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